L'Illàchime Quartet è un progetto strumentale attivo dal 2002 che unisce elettronica e strumenti acustici partendo dall'uso di suoni e rumori colti dall'ambiente circostante e di frammenti sparsi di memoria acustica, su cui intervengono i musicisti con linee grezze e scabre, spesso improvvisate. Obiettivo finale: coinvolgere e sedurre l'ascoltatore per mezzo di un'esperienza sonora non convenzionale e fortemente cinematica. L'attuale line-up live dell'ensemble è composta da: Fabrizio Elvetico: pianoforte, elettroniche, basso elettrico; Gianluca Paladino: chitarra, campionamenti; Pasquale Termini: violoncello, sintetizzatore; Agostino Mennella: batteria, elettroniche
La band ha all'attivo un album distribuito in Italia da Demos Multimedia e in USA dalla Cuneiform e un contributo sul volume 9 della Bip_Hop Generation Series, compilation della label di Marsiglia Bip_Hop (i precedenti volumi hanno ospitato musicisti quali Murcof, Scanner, Mira Calix, Phonem). Di prossima uscita un altro contributo su Psychonavigation Records (Dublino).
Vi hanno partecipato numerosi musicisti, alcuni dei quali di caratura internazionale quali: Mark Stewart (voce storica del Pop group e dei Maffia) Graham Lewis (basso e voce dei Wire) Rhys Chatham (esponente dell'avanguardia newyorchese più contaminata) e Salvatore Bonafede (uno dei più apprezzati jazzisti italiani)
It is released by the italian label Fratto9 Under the sky Records and Lizard Records. Several fine musicians have given their contribution to the album. Among them, some important international artists like Mark Stewart (voice of Pop group and Maffia) Graham Lewis (voice and bass player of Wire) Rhys Chatham (avantgarde musician from New York) and Salvatore Bonafede (one of the most well-known italian jazzists).
Illàchime Quartet is an instrumental ensemble based in Naples (Italy) that joins electronics and acoustic instruments. It gathers sounds and noises from the surroundings as well as scattered fragments of acoustic memories, which form the texture for the interventions of the musicians along rough and terse lines, often improvised. Final target: to intrigue and to seduce the audience by means of an unconventional, highly kinematic sonic experience. At the moment the live lineup is composed by: Fabrizio Elvetico: piano, electronics, electric bass; Gianluca Paladino: guitar, samples; Pasquale Termini: cello, synthesizer; Agostino Mennella: drums, electronics
The band released its first album in 2004, then a contribute on the vol. 9 of Bip_Hop Generation Series (previous volumes of this compilation contained tracks by artists as Murcof, Scanner, Mira Calix, Phonem). Another release is planned for a compilation by the Dublin-based label Psychonavigation Records.
Inutile negare come i quattro nomi in copertina (con tanto di piccolo refuso) facciano accendere nella mente dell’ascoltatore più di una campanella: Mark Stewart e Graham Lewis riportano alla prima gloriosa ondata new wave, Rhys Chatham al minimalismo ed alla no-wave, Salvatore Bonafede al jazz nostrano. Tutto questo in qualche modo finisce per essere incorporato nelle tracce di “I’m Normal…”, ma sarebbe davvero troppo riduttivo attribuire eccessivi meriti a coloro che in fondo “non sono altro che ospiti”. Bellissima quindi l’apertura di Terminali (Source), con la tromba di Chatham in primo piano e sommessi suoni elettronici sullo sfondo, che con il grandioso violoncello di Gianluca Paladino disegnano un quadro sofisticato ma godibile che ricorda i vecchi Tuxedomoon. Arriva dunque come un pugno nello stomaco la cavalcata elettronica di Discentro, in odore di Wire periodo “Send” e quindi di elettronica fine anni ’90, debitrice all’EBM di scuola canadese (sarà poco raffinato dirlo, ma a me vengono in mente i Frontline Assembly), con la voce di Stewart sguinzagliata dietro a una ritmica quasi dance. Ci si riavvicina poi gradualmente a territori più vicini al jazz con Ballrooms, sebbene la ritmica e la voce filtrata di Lewis riportino molto ancora ai Wire (della fase “A Bell is a Cup”) e ad alcune prove di Nils Petter Molvaer, ma è il finale swingato e travolto dai riverberi che ancora con il violoncello (ora di Pasquale Termini) si distende per poi riprendere la sua cavalcata. È poi il piano di Bonafede a farla da padrone nella successiva Bottom Sea Engines, che dopo una lunga intro rarefatta vede entrare ancora una ritmica più consistente che si spegne in un finale malinconico e rassicurante. Interessanti i fraseggi di Flying home, con la batteria ‘umana’ di Agostino Mannella a svisare quasi frenetica su chitarre e violoncello. Chiude Terminal (destination), pacifica ma con momenti di massimalismo, forse il pezzo più ‘classicamente’ jazz rispetto a tutto il resto del disco, che nel complesso riesce senza difficoltà a restare in glorioso equilibrio tra la così detta musica colta o d’accademia e le suddette influenze portate (non solo) dagli ospiti, mantenendo una forte impronta elettronica. Neo principale è forse un suono complessivo che risulta comunque un poco datato, credo essenzialmente a causa della produzione piuttosto carica di effetti e dei samples percussivi (a tratti pericolosamente vicini alle cose dell’area della nostra pur gloriosa Minus Habens) e di quell’inevitabile ancoraggio alla tradizione dal quale spesso musicisti bravissimi come i nostri Illàchime faticano a staccarsi. Nonostante questo, un disco riuscitissimo, da ascoltare e da avere. PS: Molto bella la confezione e del tutto superflua ma divertente la ghost track, che riprende un celebre tema che vi lascio scoprire… Sands Zine - Matteo Uggeri -----------
A leggere gli ospiti quasi non ci si crede: Graham Lewis dei Wire, Mark Stewart del Pop Group (per l'occasione posseduto da James Earl Jones che presta la voce a Darth Vader) e Rhys Chatham nello stesso disco e per giunta il disco medesimo esce per una piccola coraggiosissima indie label nostrana. La crème della crème della wave di ieri e dell'avanguardia odierna, o poco ci manca. E se a questo aggiungete Salvatore Bonafede il parterre des rois diviene tanto prestigioso quanto eclettico. Solo una sfilata di ospiti (sorge spontaneo supporre a questo punto)? Tutt'altro, il progetto del trio di Napoli - chitarra, basso/tastiere, violoncello brilla di luce propria e sfoggia passione da vendere, alla ricerca di un suono perfetto e intriso di matematica, quasi frippiano, generosamente sporcato da forti dosi di impro. Album concettuale, raffinato. ricco. Emanuele Sacchi- Rumore
----------- Racchiuso in una splendida confezione digipack, con tanto di mini poster allegato (ma non aspettatevi cose da rockstar, piuttosto due immagini sfocate e le spiegazione di un paio di brani), il nuovo album dei napoletani Illàchime Quartet va a colmare uno spazio durato cinque anni: tanti ne sono trascorsi dall’esordio e sette dalla nascita del gruppo, un ensemble aperto che ha l’obiettivo colto di far convivere musica elettronica e strumenti acustici in un insieme sonoro che appare davvero strabiliante per la semplicità con cui viene elaborato e reso accessibile. Ma il merito maggiore è di aver evitato quell’approccio intellettualoide che ammanta spesso questi album di frontiera, in bilico tra sperimentazione, musica da camera e puntate di jazz. Il quartetto partenopeo ha invece dato una forma concreta a suoni e rumori mutevoli del mondo esterno che, come spiegano nella biografia, ispirano le loro composizioni. I brani si impreziosiscono di importanti collaborazioni: in “Discentro” la voce è di Mark Stewart dello storico Pop Group, mentre in “Ballrooms” è Graham Lewis dei Wire ad offrire il proprio contributo, senza dimenticare Salvatore Bonafede e Rhys Chatham, musicisti d’avanguardia divisi dalla provenienza, italiano il primo americano il secondo, ma uniti dalla volontà di spostare i confini del già sentito. Accanto agli ospiti, i titolari Fabrizio Elvetico (piano, basso), Gianluca Paladino (chitarra), Agostino Mennella (batteria) e Pasquale Termini (violoncello), tutti alle prese anche con synth e campionatori, creano il loro viaggio immaginario fatto di musicalità, evitando le secche di una scrittura algida, come troppo spesso accade nei sentieri della nuova (e vecchia) musica “contemporanea”. Ascoltando le improvvisazioni che avanzano di pari passo con momenti più logici, gli Illàchime Quartet svelano il volto umano di certe sonorità innovative o presunte tali. Un viaggio affascinante che si è rivelato molto meno ostico del previsto, senza mai perdere però in tensione narrativa e originalità della proposta.
Contatti: www.myspace.com/illachine
Gianni Della Cioppa
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Eccolo finalmente l'atteso nuovo album firmato Illàchime Quartet. L'ensemble napoletano, dopo un ottimo esordio, aveva fatto perdere le proprie tracce, salvo tornare in una recente compilation della francese Bip-Hop, preludio a questo “I'm Normal, My Heart Still Works”, licenziato dalle ottime Fratto9 e Lizard. Un disco che, già per gli ospiti, è un piccolo evento: Mark Stewart (Pop Group), Graham Lewis (Wire), il compositore d'avanguardia Rhys Chatham e il jazzista Salvatore Bonafede. Il gruppo fondato da Fabrizio Elvetico e Gianluca Paladino è al meglio, in quattro anni ha ben focalizzato le idee e stupisce ancora: resta sempre una caratteristica predominante il saper coniugare le più varie ispirazioni, tra rock, classica ed elettronica, con campionamenti di musica popolare e jazz. Tentare, grazie anche ai superospiti, la strada della forma-canzone è però un'altra scelta che viene premiata dalla bontà del risultato. Affascina il contrasto tra le ritmiche e il placido suono del pianoforte, e poi l'uso dei rumori dell'ambiente circostante e detriti digitali, mentre la composizione non imbriglia mai l'improvvisazione. Un grande disco. Guido Siliotto-Il Tirreno
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La griffe Illàchime Quartet nasce nel 2002 con un’idea di base tanto decisa quanto aperta all’esterno. Un progetto strumentale destinato ad unire musica elettronica e strumenti acustici, fra elettricità variegata e rumori ambientali. Su queste fondamenta la scelta è costruire: magari con la voce, più spesso tramite improvvisazioni dei protagonisti, sempre cercando il coinvolgimento dell’ascoltatore attraverso esperienze sonore anti-convenzionali e, potenzialmente, con notevole tasso cinematico. I’m Normal, My Heart Still Works è il secondo album ufficiale del combo, escludendo la partecipazione ad una compilation della Bip_Hop Generation Series. Il lavoro, diviso in sei parti (ed una nascosta), spiazza fra aperture jazz ad alto livello di libertà e reiterati atteggiamenti d’avanguardia: giocando molto con la testa, ma ancor di più con lo stomaco. La sostanza alterna istanti quasi trattenuti (il piano in Terminali (Destination), altri lancinanti (lo stesso brano nelle incessanti e frequenti variazioni), sfoghi impellenti vissuti da un’attitudine punk intransigente per visceralità (l’ottima Discentro) ed ipotesi di modernariato cerebrale (Flying Home). Il tutto sfruttando collaborazioni oltremodo eccellenti: da Mark Stewart (Pop Group) a Graham Lewis (Wire), passando per Rhys Chatham (espondente dell’avanguardia newyorchese) e Salvatore Bonafede. Alla fine il viaggio rischia di far esplodere il cervello per straniante godimento. Roba rara oggi. Marco Delsoldato 10/04/2009
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www.mudkiss.com The Illachime Quartet are a Naples based instrumental set up whose explorations into improvisation have pricked up the ears of various members of the musical cognoscenti, two of which notably contribute to this album. Opening with “Terminali (Source)”, an instrumental that somehow treads the tightrope between the tranquil and the unsettling, the intense nature of the album is revealed with “Discentro” – featuring vocals and lyrics by the legendary Mark Stewart, towering above techno so ecstatically disjointed it could induce migraines on to the overly sensitive. Wire’s Graham Lewis (on “Ballrooms – Vivify”) projects the whole direction of the CD to an unnerving area – the composite of his bleak lyrics against the wilfully uncomfortable musical backing from the quartet leaves a sensation akin to wandering into a deserted house where a recent unnatural death has occurred. The very nature of improvisational music compels it to either rise phoenix-like from the ashes, or spectacularly fall flat on its face – the latter emerging on “Flying Home” – where later on in the piece all elements of cohesion have appeared to have taken flight. Perversely, the standout track is hidden fifteen minutes into the final contribution – “Terminali (Destination)”. This “Ghost” track presents a more controlled, thematic thread to the album – and presents the quizzical novelty of having to fast forward to locate the pick of the bunch. An intriguing album – and not for the faint-hearted. Lee McFadden 12/4/09
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Illachime Quartet è, in origine, l’invenzione di un duo di Napoli (Fabrizio Elvetico e Gianluca Paladino), un progetto aperto che ingloba guest ad hoc, da Carlo Di Gennaro a Drummond Petri, a Mimmo Fusco. Questa formazione registra il primo “Illachime Quartet”, un disco in cui la tradizione post-rock di Louisville serve all’ensemble come scusa per cercare un ambizioso remix degli stereotipi italici di serie B. Tanto cerebrale quanto sentimentale (e pure barocco), il disco annovera gli 11 minuti di noir, musica industriale e da camera di “Monopoplio della noia”, la musique concrete demonica equatoriale-industriale di “Cortile in Mockba”, le sincopi funeree a base di minimalismo astratto di “Pale Fire”, e l’ambience ipnotico, spezzato e ribollente di “Silos”. Queste quattro composizioni costituiscono un caso limite della musica rock italiana: l’affare digitale s’impasta di piano romantico e loop, distorsioni e quant’altro (non così distante dai Faust o dai nostrani Starfuckers), per approdare a una nuova impostazione di serenata ambientale.
Dopo tre nuove (e inferiori) composizioni che figurano nel nono volume della compilation “Bip-Hop Generation”, l’ensemble (che vede l’entrata in pianta stabile di Pasquale Termini) alza notevolmente le pretese in “I’m Normal, My Heart Still Works”, prodotto da Fratto9. Il disco prevede guest eccellenti. In “Terminali (Source)” Rhys Chatham pennella una soundscape a mo’ di puro ricettacolo, che ospita campioni, frammenti armonici di ogni genere, note vaganti, effetti elettronici e loop, con calma ieratica alla Talk Talk. “Discentro” è al limite della carta bianca per le ospitate: i vocalizzi di Mark Stewart, i beat di Graham Lewis, le scudisciate ambient-Om di Chatham.
Il panneggio è comunque potente, tanto in “Bottom Sea Engines” (sovrapposizioni dadaiste di piano, battiti spediti e twang dissonanti, e quindi un jazz-rock cervellotico altamente instabile), quanto in “Terminali (Destination)”, una sonata con tremori di sfondo e strappi mostruosi che si dà a un tango stanco dissonante che sfuma e riprende, mentre la chitarra intona accordi bluesy. Episodio a sé stante, “Flying Home” si permette di tentare un ponte di collegamento tra il Tied & Tickled Trio, le waste land di Charles Ives e lo sciamanesimo di Pharoah Sanders.
Appurata la crescita compositiva, la maturazione delle loro guarnizioni astratte e un certo abbandono della ambizioni personali in luogo dell’atmosfera, l’irrobustito trio ha a che fare ora con una questione più che altro logistica. Non solo musica, ma anche organizzazione, croce e delizia di un progetto non più aperto, ma apertissimo, virtualmente sconfinato. Ci riescono bene. La statura è intatta, persino tardo-romantica, persino naif (ma con sofisticazioni professionali). Gianmaria Aprile di Fratto9 riceve l’immane testimone e taglia il traguardo. Altri interventi: Agostino Mennella (in "Terminali (Destination)" e "Flying Home"), Carlo Di Gennaro (in "Ballrooms"), Dario Sanfilippo (in "Terminali (Source)"), Rossella Cangini (seconda voce complementare a quella di Mark Stewart in "Discentro"), e Salvatore Bonafede (il piano di "Bottom Sea Engines").
(19/04/2009) Michele Saran-Onda rock
--------------- Credo che pochi di voi lo ricordino o l’abbiano mai sentito, ma un bel po’ di tempo fa questi ragazzi campani avevano partorito un disco molto carino e vado molto orgoglione di averlo recensito per l’ormai defunta Post-it?. Ad ogni modo, ricordo perfettamente che a suo tempo parlando con Gianmaria (il boss/factotum della Fratto9 e gran capoccia di Post-it?) convenivamo sul fatto che fossero un buon gruppo e che si distaccavano parecchio dalla media delle cose italiane del periodo. A distanza di tempo gli Illachime ritornano e Gianmaria, invece di fermarsi alle parole come me, ha dato seguito con i fatti stampandogli il disco nuovo... e che gran bel lavoro! Incominciamo subito elencando gli ospiti illustri come Mark Stewart (Pop Group, Maffia), Graham Lewis, Rhys Chatham, Salvatore Bonafede oltre ad altre comparsate di gente più o meno conosciuta, resta che nella sostanza il gruppo restano Fabrizio Elvetico, Gianluca Paladino e Pasquale Termini. Strumenti di tutti i tipi anche se la base restano batteria, strumenti a corde vari, tastiere, pianoforti e voci... post-rock quindi No, facciamo che se andate a cercare su un manuale della musica rock, post, etc. vi toccherà andare ad un attimo prima della genesi del post, infatti i partenopei si sono spostati ad un attimo prima che molte idee del circuito post-punk, post-jazz, post-dio-solo-sa-cosa influenzassero molti musicisti rock. Nell’ascoltare questo disco ho trovato più punti i riferimento in certe cose dei primissimi Material, del Pop Group di molto avant-jazz del giro zorniano/laswelliano, quello che di solito raccoglieva intorno a questo o a quel musicista sia che esso fosse Jim Stanley o David Moss, gente come Arto Lindsay, Ikue Mori, Zeena Parkins, Elliott Sharp, Robert Musso (da non confondersi con Johnny Mussa). Poi in realtà quello che ho detto è un po’ limitativo come descrizione del lavoro intero, infatti nelle tracce di questo CD c’è molto di più: jazz storto, cantautorato obliquo e arrangiamenti quasi cameristici. Mediamente le melodie e le atmosfere sono parecchio cupe e resta quell’alone vagamente krautesco ed anni Ottanta che non sta per nulla male. Avete capito bene, anni Ottanta, ma non con le tastierate Duran Duraniane, roba synth pop o giù di lì, parlo di circuito off americano e inglese del periodo, spruzzato di musica elegante. Bel disco, molto particolare e che per quel che mi riguarda conferma tutto quello di buono che avevo pensato la prima volta che avevo sentito il gruppo.
Sodapop - Andrea Ferraris Thursday, 26 March 2009
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Illàchime Quartet è un progetto strumentale, “aperto” a collaborazioni, di Fabrizio Elvetico, Gianluca Paladino e Agostino Mennella; “I’m Normal, My heart Still Works” è il secondo album e si avvale di aiuti notevoli da parte di Mark Stewart (Pop Group), Graham Lewis (Wire) e Rhys Chatham.
Questo gruppetto di persone riesce, come promesso, a coinvolgere e sedurre l’ascoltatore con una musica elettronica unita a strumenti classici, sample d’ogni sorta e registrazioni varie. “Terminal (Source)” è l’ingresso per l’esperienza sonora, Chatham inserisce la sua tromba sulla musica di un piano per portarci ad un soundscape jazzato. “Discentro” viene declamata e dedicata dalla voce dei Wire, l’elettronica è più presente e registrazioni vocali donano elio all’ambiente circostante.
“Flying Home” è un crescendo cerebrale, da ascoltare ripetutamente, prima d’imbattersi in “Terminal (Destination)” dove le calme piatte del piano si scontrano con le variazioni dell’intero ensemble, come se ci fosse una rivoluzione musicata. La traccia fantasma, essendo nascosta, non ve la voglio svelare; andate ad acquistarlo, fate la stessa prova che il gruppo in continua evoluzione chiede a voi come ascoltatori.
Da lasciar scorrere, da riprendere e da rifletterci sopra.
Goldmine (Hank)
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II quartetto napoletano, più spesso ridotto a trio nei solchi di questo secondo album, è quanto di meglio possa offrire l'avantgarde nazionale più contaminata con l'elettronica: l'improvvisazione acustica (pianoforte, violoncello e chitarra, con eventuale aggiunta di batteria) è un agente infettante di un suggestivo soundscaping che rimanda a una realtà proiettata sullo schermo di un cinema immaginario. Tutto ciò non deve essere passato inosservato oltre confine, considerando i prestigiosi collaboratori che hanno contribuito all'opera: non ultimo il compositore newyorchese Rhys Chatham, che con la sua tromba interrogativa trasporta "Terminali (Source)" nella Mitteleuropa dei Tuxedomoon più incantati, dialogando poi con i ritmi serrati di "Discentro", saturi di disagio suburbano. Qui le partì vocali sono affidate a Mark Stewart, ma più che al Pop Group vien da pensare al Matt Johnson di Burning Blue Soul. L'elaborata dissonanza di "Ballrooms" feconda una "bush of ghosts" nella quale si fa largo la presenza di Graham Lewis dei Wire, prima che il pianoforte ospite di Salvatore Bonafede si insinui pensoso tra le disturbanti trame industriali di "Bottom Sea Engines". Il finale del disco ricompone il quartetto in veste completa, con "Flying Home" lacerata tra jazz eurocolto e funk freddo e martellante, e "Terminali (Destination)" che mette in gioco tutto e il contrario di tutto, dal notturno per piano alla no-wave sferragliante, concludendo sulle note di un mesto post-rock.
Rockerilla - Enrico Ramunni 8/10
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I'm Normal, My Heart Still Works, seneste album fra italienske Illàchime Quartet (der i øvrigt netop ikke er en kvartet, men en trio ledsaget af adskillige glimrende gæstemusikere), er vist hvad man kan kalde for en ordentlig mundfuld. Det starter ganske vist ganske roligt ud med det meget smukke åbningsnumer ”terminali (source)”, der med Rhys Chathams luftige trompetspil svævende hen over sørgmodige klaver- og celloanslag samt samples fra Faures Requiem kunne være hentet fra ECMs katalog af meditativ jazz-minimalisme. Dog signalerer skrattende og urolige elektroniske understrømme, at man nok skal forvente sig mere end en blød dyne af lyd at svøbe sig i.
Listigt glides der over i det følgende nummer, ”discentro”, hvor stilen så på drastisk vis lægges om med en pågående og elektronisk bobblende space rock, hvor Mark Stewart fra legendariske The Pop Group medvirker på vokal. ”This song is dedicated to those who dare to be different” messer han, og det tør Illàchime Quartet så afgjort, hvor meget det sært dehumaniserede og forkrøblede væsen på coveret så end insisterer: ”I'm normal, my heart still works”. Illàchime Quartet bevæger sig trodsigt uden for musikkens midterrabat. Valget af gæstevokalister som Mark Stewart samt Graham Lewis (fra Wire) er emblematisk for visionen. Her hentes tydelig inspiration fra 70'ernes og start-80'ernes mest eksperimenterende rock-fornyere fra post-punken, kraut- og progrocken. Men her er også rige referencer til avantgardistisk kompositionsmusik, elektroakustisk musik samt jazzens store fornyere som Miles Davis (der samples på ”Bottom Sea Engines”).
Med undtagelse af de to numre, hvor Stewart og Lewis medvirker, dyrker gruppen instrumentalmusikken. Det er nærliggende at tale om numrene som postrock, men i så fald postrock af den mest åbne slags, hvor elementerne ikke er stivnet i en formel, som det desværre er tilfældet for mange postrock-orkestre. Måske giver det mere mening bare at kalde det avantgarde-rock. Illàchime Quartet kaster sig ud i det ene eksperiment efter det andet, på én gang meget traditionsbevidste og dristige. Det ene øjeblik er det tungt og beskidt, det næste dyrker gruppen de dvælende anslag og lange pauser. De tør både det splintrede og det smukke, det nøgne og det næsten opulente, og det er en stor force for gruppen, som man aldrig helt ved hvor man har.
Selve trioen består af multiinstrumentalist og sample-maestro Fabrizio Elvetico, guitarist Gianluca Paladino og cellist Pasquale Termini. De levner dog masser af plads til andre stemmer i musikken, til tider træder de næsten i baggrunden for at give rum til Chathams trompet eller de ovennævnte vokale indslag. Eller de sampler på livet løs fra klassisk musik, jazz og andre lydkilder. Også dette adskiller dem i høj grad fra den sædvanlige rockmusiker, der har travlt med at vise, hvad han selv kan. Illàchime Quartet har til tider nærmest rollen som en slags kuratorer, der indsamler og sætter sammen. Der skal dog ikke herske tvivl om, at de selv er glimrende musikere. Ikke mindst Terminis cellospil udviser et væld af nuancer fra det minimalistiske til det næsten free jazzede.
I'm Normal, My Heart Still Works er en plade, der vil meget og vover meget. Til tider får musikken dog karakter af næsten at blive et slags katalog over gruppens mange forskellige inspirationer og helte. Det er sunde inspirationer, men man savner måske en lidt mere distinkt identitet fra gruppen selv, noget der bandt det hele lidt mere sammen. Figuren på coveret insisterer trods nedsmeltning på sin stadige menneskelighed gennem den lille røde prik, der går for et hjerte. Illàchime Quartet lader selv til at befinde sig glimrende i nedsmeltningens konstante undtagelsestilstand, men man savner af og til at høre det bankende hjerte bag alle forvandlingerne lidt tydeligere. Jeg er ikke i tvivl om, at det er der, så lad det lyse lidt mere.
Rasmus Steffensen, 13. maj - http://www.geiger.dk/
----------------- Gli Illàchime Quartet, ensemble napoletano, con “I’m Normal, My Heart Still Works”, ricordano che non tutto è perduto e che la luce è in fondo ad un buio pesto.
Genere: Ambient/Impro/Post-Rock
Voto: 8/10
Ascolta anche: Tuxedomoon, Clock DVA, Tortoise
Per chi ha amato dischi come “Desire” e “White Souls In Black Suits” gli Illàchime Quartet sono come una manna nel deserto, caduta lì, non a caso, per colmare un vuoto lungo anni.
Dopo aver atteso il seguito di brani quali “Monopolio della noia” e “Silos”, “I’m Normal, My Heart Still Works” è qui ad indicare la strada di una oscura luce rivelatrice.
Fabrizio Elvetico e Gianluca Paladino sono accompagnati, in questo nuovo viaggio, da Pasquale Termini al cello e keyboards; l’album è stupendamente visitato da ospiti del calibro di Rhis Chatman, Mark Stewart, Salvatore Bonafede, Graham Lewis.
Le atmosfere si amalgamano, correlando una scia di tensione e pace, post-rock e musica concreta, ambient e elettronica: caos d’improvvisazioni e peregrinazioni free-jazz.
Così questo nuovo episodio si dipana in sei suite per riti magici, utili a sconfiggere il paradosso post-moderno dell’annullamento identitario dell’essere umano.
Se oggi in qualche modo siamo orgogliosi di essere italiani, lo dobbiamo anche a questi signori che ci onorano della loro arte senza nulla chiedere in cambio: solo un ascolto attento, frastagliato da scorci di autodisciplina rigorosa, in una stanza, e fuori, sola, la natura morta di una metropoli rumorosa.
http://www.saltinaria.it/ - Giuseppe Bianco
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Chi già li conosce dai tempi del loro validissimo omonimo disco d’esordio autoprodotto (anno 2004), sa che dietro la sigla Illàchime Quartet non si cela un quartetto rigidamente strutturato, ma il duo partenopeo Fabrizio Elvetico (piano, tastiere, basso, campionatore) e Gianluca Paladino (chitarre), adesso stabilmente affiancati dal violoncellista Pasquale Termini (e siamo ad un trio) e in realtà sempre ben disposti ad accogliere contributi esterni (di fatto la band può ormai essere considerata un vero e proprio collettivo aperto). In “I’m normal, my heart still works” poi, gli ospiti sono davvero di gran lusso, dato che in scaletta troviamo niente meno che Mark Stewart (sì, proprio il Mark Stewart del Pop Group e dei Maffia) al microfono in “Discentro” insieme alla vocalist Rossella Cangini, Rhys Chatman alla tromba in due episodi, Graham Lewis dei Wire responsabile di liriche, voce e trattamenti digitali in “Ballrooms”, Salvatore Bonafede al pianoforte, Dario Sanfilippo a dare il proprio contributo elettronico nel pezzo di apertura, Carlo di Gennaro, Antonio Battista e Agostino Mennella ad alternarsi alla batteria. Il risultato amplifica ed ispessisce le soluzione sonore del debutto - già brillantemente sospese tra classica contemporanea, free-jazz e post-rock - e nello stesso tempo le scarnifica, le spolpa, le sottopone a continue abrasioni. Stupisce in particolare l’attitudine degli Illàchime Quartet ad attingere da linguaggi musicali (almeno apparentemente) distanti tra loro, trovando inediti punti di intersezione tramite un vivido spirito improvvisativo, e così i pezzi di “I’m normal, my heart still works” sono delle creature ibride difficilmente etichettabili, penetranti nel nostro immaginario avant-rock eppure sguscianti ed imprevedibili, astrattamente sospese in un limbo atemporale eppure capaci di graffiare le ossa e tendere i nervi dell’ascoltatore. Più nel dettaglio: “Terminal (source)” prosciuga un fondale morriconiano da qualsiasi slancio epico-melodico e lo mantiene illuminato tramite bagliori elettro-acustici; “Discentro” è una mordace canzone post-punk che ogni volta svela nuovi sorprendenti dettagli (ritmi drum’n’bass alimentati anche dal violoncello, la tromba nel finale a far collassare la voce di Mark Stewart…); il glaciale mantra dub-wave di “Ballrooms” potrà ricordarvi dei Talking Heads spiritati o dei Tuxedomoon febbricitanti, ma probabilmente il paragone più centrato sarebbe con i nostrani Militia; “Bottom sea engines” lascia scivolare note di pianoforte su un tappeto di bleeps e ronzii elettrici; l’ispido guscio electro-rock di “Flying home” racchiude singhiozzi jazz ed infine “Terminal (destination)” è una lunga suite che taglia partiture di musica da camera tramite scorticamenti impro, sibili ambient, frattaglie noise e palpitazioni glitch. Questo il fertile presente, e data l’indole sperimentale del progetto è facile immaginare che ulteriori approdi e nuove derive attendano gli Illàchime Quartet nell’immediato futuro.
Illàchime Quartet è un progetto strumentale, “aperto” a collaborazioni, di Fabrizio Elvetico, Gianluca Paladino e Agostino Mennella; “I’m Normal, My heart Still Works” è il secondo album e si avvale di aiuti notevoli da parte di Mark Stewart (Pop Group), Graham Lewis (Wire) e Rhys Chatham.
Questo gruppetto di persone riesce, come promesso, a coinvolgere e sedurre l’ascoltatore con una musica elettronica unita a strumenti classici, sample d’ogni sorta e registrazioni varie. “Terminal (Source)” è l’ingresso per l’esperienza sonora, Chatham inserisce la sua tromba sulla musica di un piano per portarci ad un soundscape jazzato. “Discentro” viene declamata e dedicata dalla voce dei Wire, l’elettronica è più presente e registrazioni vocali donano elio all’ambiente circostante.
“Flying Home” è un crescendo cerebrale, da ascoltare ripetutamente, prima d’imbattersi in “Terminal (Destination)” dove le calme piatte del piano si scontrano con le variazioni dell’intero ensemble, come se ci fosse una rivoluzione musicata. La traccia fantasma, essendo nascosta, non ve la voglio svelare; andate ad acquistarlo, fate la stessa prova che il gruppo in continua evoluzione chiede a voi come ascoltatori.
Da lasciar scorrere, da riprendere e da rifletterci sopra.
Hank - http://velvetgoldmine.iobloggo.com/
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Fabrizio Elvetico (piano, basso, elettronica), Gianluca Paladino (chitarra, basso, elettronica) e Pasquale Termini (violoncello, tastiere) sono gli Illàchime Quartet, qui alla loro seconda prova discografica. Dentro troviamo una musica quanto mai colta e raffinata. Con mentalità progressive si contamina coscientemente il minimalismo, l'elettronica, la classica, l'ambient più scura e gotica. Tutto si regge su una dorsale quanto mai libera e frastagliata, dai confini transitori. In questo loro lavoro di giustapposizione si fanno aiutare anche da parecchi ospiti, alcuni dei quali molto titolati. Ad esempio in "Ballrooms" la voce di Graham Lewis dei Wire, regala un felice intervento dall'aria new-wave e decadente, facente riferimento proprio alle sonorità di ricerca inglesi fine '70, siamo quasi in zona del baccanale futurista dei Roxy Music. Invece in "Discentro" due campioni dell'experimental più puro come Mark Stewart (Pop Group e molto altro) e Rhys Chatman aggiungono tinte fosche e mood industriale ad un brano che già in partenza occhieggiava ai Clock Dva (o anche i nostrani Tasaday), il pezzo si chiude con il bell'assolo vocale di Rossella Cangini. Musica intellettuale ma colma di fascino. È ancora una volta la sublime città barocca continua a stupirci con la sua arte sincretica e totale.
Rock it - Consonni 28/05/2009
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Per gli appassionati delle sonorità che negli anni ’90 sono nate a Chicago e che erano in cerca di un’evoluzione del post rock, la soluzione sono gli Illàchime quartet. Questo è un progetto nato attorno a Fabrizio Elvetico (pianoforte, elettroniche, basso elettrico) e Gianluca Paladino (chitarra e campionamenti), napoletani, che attualmente, per formare il quartetto, si sono fatti affaincare da Pasquale Termini (violoncello e sintetizzatore) e da Agostino Mennella (batteria ed elettroniche). A questo disco, inoltre, hanno collaborato diversi musicisti internazionli, tra cui Mark Stewart, voce storica dei Maffia e del Pop Group e Graham Lewis, voce e basso dei Wire. L’evoluzione del post rock in questo disco si struttura in una musica da camera molto complessa e variegata, con continui cambi di registro stilistico, trovate cerebrali e avvolgimenti musicali. La musica da camera è qui intesa, non solo grazie a strumenti classici come il violoncello e il pianoforte, ma soprattutto, in virtù di un’elettronica che crea gli ambient sonori, o meglio dei tappeti su cui poi gli altri strumenti delicatamente o bizzarramente si lasciano andare a circumnavigazioni improbabili. A volte il post rock si fonde o lascia spazio a derive jazz (Bottom sea engine), altre si intravedono le fredde sonorità tanto care ai Battles (Ballrooms). La musica di questo brillante quartetto si sposerebbe molto con il cinema, data la visionarietà di cui è intrisa, ecco a questo disco, ciò che manca è proprio un film, magari di David Lynch.
http://www.kathodik.it/ - Vittorio Lannutti
------------ Il progetto Illàchime quartet è l'ennesima conferma che l'avanguardia italiana esiste, scalcia e non vuole perdere tempo. Da un solida unione artistica nasce un disco consapevole e di forte carattere che riesce a rimanere sempre leggero e in equilibrio tra l'ambient concreta, l' elettronica minimale e il jazz di avanguardia. I'm normal, my heart still works ha molte stanze e diverse sfaccettature tutte rivolte verso una luce creativa che si moltiplica ad ogni ascolto. Ogni traccia, ogni minuto cela suoni nascosti, intimi e lontani. Gli intrecci armonici tra violoncello, piano, chitarra e sintetizzatore sono magistrali, rifuggono dal virtuosismi e, consapevoli della loro direzione, scappano dalle definizioni. La base elettracustica pone solo la base per dare respiro all'elettronica colta e intelligentemente. Le sorprese sono racchiuse nel piccolo, nel nascosto nello stridolio e nella poesia. Questo è un disco da esplorare intimamente. La sensazione è che siamo presenti a perfette colonne sonore dove la voce narrante ci accompagna in luoghi dolcemente perduti nel tempo e nella memoria. La sospensione e il silenzio sembrano essere punti cardine del lavoro degli Illàchime quartet. Ogni angolo dolce o tagliente viene prolungato fino a infrangersi nel drammatico e avvolgente silenzio. Ad aumentare il peso concettuale e artistico del disco sono gli ospiti-guru che partecipano alla realizzazione di alcuni brani. Nomi leggendari della sperimentazione passata e presente come Stewart, Lewis, Chatham e Bonafede mettono il loro riconoscibile marchio sulle tracce già curatissime degli Illàchime quartet.
Simone Fratti- L'isola che non c'è
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Nel quartetto napoletano l'espressione della forma in tutte le sue sfaccettature prende vita fino al compimento della personale esperienza sonora. Esperienza che attinge suggerimenti da strutture corpose e studiate, e improvvisazioni ora roboranti ora minimali, sempre al confine tra l'acustico meno elaborato e l'elettronica più sosfisticata.
Difficile o quasi impossibile riuscire a dedicarsi ad un brano alla volta e cercare di "interpretarlo"... quello degli ILLACHIME è un viaggio complesso fatto di molteplici elementi che compongono piano piano un articolato filare musicale. Apparentemente confuso, ma perfettamente congenianto per realizzare i manufatti per il quale è stato progettato e costruito, I'm Normal, My Heart Still Works è poprio paragonabile a questo: una complesso macchinario del passato, sempre attuale che ancora oggi funziona e lo farà (o meglio lo farebbe) per sempre. Ma a chi non è esperto, un oggetto così complesso con all'interno centinaia di fili può solo affascinare, oppure spaventare (o addirittura entrambe le cose), ma è certo che nel momento in cui vediamo il prodotto finito e realizzato rimaniamo stupiti e rapiti dalla maestria di chi lo usa, e ripensiamo alla genialità di chi ha potuto progettare e costruire uno strumento così sofisticato. Ad arricchire il pregiato macchinario tanti "plug in" noti e importanti: Agostino Mennella (Terminali (Destination) e Flying Home), Carlo Di Gennaro (Ballrooms), Dario Sanfilippo (Terminali (Source)), Rossella Cangini e Mark Stewart (Discentro), e Salvatore Bonafede (il piano di Bottom Sea Engines). Un lavoro fine, elegante a cavallo tra passato e futuro.
www.hatetv.it/
---------- Un colto ensemble napoletano
Tanto complessa e sofisticata quanto ammaliante e sinuosa, la proposta dei napoletani Illàchime Quartet colpisce per la singolarità degli incroci e delle connessioni: dal minimalismo alla musica contemporanea, dal jazz al progressive più cerebrale ed estremo. Buoni colleghi di Isildurs Bane e Yugen, con un cordone ombelicale neanche tanto forte con Henry Cow e Egg, confezionano un disco di 4 pezzi che non passa inosservato, anche per la freddezza che si diffonde dai solchi.
Misteriosa e colta, la formula del duo Elvetico-Paladino sarebbe perfetta nel catalogo Cuneiform, accostandosi essa a certo chamber-rock ma anche a quell'avanguardia più "elastica" e aperta al contatto con certe forme del rock e del jazz (vedi "Cortile in mockba", con momenti appetibili al pubblico prog ma anche agli amanti del post-rock), ad esempio i King Crimson nella struttura di "Pale fire", ricca di momenti espressivi e insistenti.
"Monopolio della noia" è probabilmente il brano più esemplare, "grigio" ma adeguatamente innervato da scatti e spinte, che ricorda vagamente le pulsioni avveniristiche dei Centrozoon ma anche dei nostri Epsilon Indi. Svetta "Silos", giocata tutta sul sussurro e sullo sviluppo maestoso, su qualche vaga eco zappiana, su un accostamento di contrasti evocativo e davvero ben riuscito.
Soluzioni colte e raffinate per un linguaggio elettroacustico difficile e rivolto a pochi intenditori. E' tuttavia un disco molto interessante, rarefatto e "geometrico", assai promettente.
Donato Zoppo-Movimenti prog ----------
Fabrizio Elvetico (piano, basso, elettronica), Gianluca Paladino (chitarra, basso, elettronica) e Pasquale Termini (violoncello, tastiere) sono gli Illàchime Quartet, qui alla loro seconda prova discografica. Dentro troviamo una musica quanto mai colta e raffinata. Con mentalità progressive si contamina coscientemente il minimalismo, l'elettronica, la classica, l'ambient più scura e gotica. Tutto si regge su una dorsale quanto mai libera e frastagliata, dai confini transitori. In questo loro lavoro di giustapposizione si fanno aiutare anche da parecchi ospiti, alcuni dei quali molto titolati. Ad esempio in "Ballrooms" la voce di Graham Lewis dei Wire, regala un felice intervento dall'aria new-wave e decadente, facente riferimento proprio alle sonorità di ricerca inglesi fine '70, siamo quasi in zona del baccanale futurista dei Roxy Music. Invece in "Discentro" due campioni dell'experimental più puro come Mark Stewart (Pop Group e molto altro) e Rhys Chatman aggiungono tinte fosche e mood industriale ad un brano che già in partenza occhieggiava ai Clock Dva (o anche i nostrani Tasaday), il pezzo si chiude con il bell'assolo vocale di Rossella Cangini. Musica intellettuale ma colma di fascino. È ancora una volta la sublime città barocca continua a stupirci con la sua arte sincretica e totale.
Rock-it - Marcello Consonni 28/05/2009
---------- Avete mai letto Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Di Philip K. Dick? Mi auguro per voi che l'abbiate fatto. Quasi sicuramente però avrete visto Blade Runner di Ridley Scott, film ispirato al libro di Dick. Si si quello con Harrison Ford e l'androide che dice di aver visto cose che noi umani non riusciamo nemmeno ad immaginare.Ci sono degli storici dei media che tendono a definire l'immaginario del futuro creato da Dick e Scott il nostro immaginario del futuro.In parole povere, nel mondo occidentale, il futuro tende ad essere identificato nel futuro immaginato da Dick e rappresentato da Scott.Non sta a me dire se ciò sia vero o falso (anche se a mio avviso è verosimile), posso solo accodarmi e cercare di pensare a come saranno le nostre città tra qualche decennio.Led ed Usb ovunque. Per entrare in casa non serviranno più le chiavi, si useranno il riconoscimento vocale o dell'iride. Fumo, nebbia e pioggia. Non esisteranno più razze, saremo tutti vagamente giallognoli. Con gli occhi tutti vagamente grigiastri. Le nostre case saranno tutte pressoché automatizzate e non esisteranno più tutte le religioni che noi conosciamo, anche perché saremo riusciti a costruirlo un dio o almeno un idolo che ha le sembianze di dio. Probabilmente anche lui con la carnagione vagamente giallognola e gli occhi grigiastri. Eccola la tanto mitizzata era dell'acquario. Eppure non è così diversa dall'era dei pesci. I suoni saranno dilatati e modulari. Ecco quali termini possono essere adatti agli Illachimè Quartet. Dilatati e modulari. Possiamo facilmente settare il nostro immaginario sulla musica del futuro sui loro suoni. Una nuova interfaccia musicale.Il loro nuovo lavoro I'm normal, my heart still works, che vede la collaborazione di artisti del calibro di Rhys Chatman e Mark Stewart è una delle produzioni più belle dell'ultimo decennio. Free jazz, post rock, neoavanguardia. Neu, Miles Davis (in Bottom Sea Engines vi è anche un sample di he loved him madly), Area, Morricone e Art ensemble of Chicago. Musica da film, musica onirica, musica da sogni e incertezze. Mai scontato. So che le persone hanno bisogno di canzoni e hanno bisogno di parole. Hanno bisogno di essere consolati o esaltati a seconda delle situazioni. Allo stesso tempo però abbiamo bisogno di sogni e viaggi ermetici. Abbiamo bisogno di qualcosa che non ci dica cosa fare e pensare, ma che ci aiuti a fare e pensare. L'unica cosa che mi dispiace è che un gruppo di cui non se ne sentirà mai parlare troppo. Ma forse quando un nostro pronipote troverà fra 50/60 anni un loro disco, spererà di vedere un loro show. Mai disperare nell'ingegneria medica e nella robotica. Voto: 9.0/10 --------- Della serie meglio tardi che mai, ci ritroviamo tra le mani un disco che sarebbe peccato mortale non evidenziare. In primo luogo per il ricco parterre de roi schierato per l’occasione di supporto all’Illàchime Quartet: Rhys Chatham, Mark Stewart (Pop Group e Maffia), Graham Lewis (Wire) e il jazzista nostrano Salvatore Bonafede. Poi perché, seppur valide e roboanti, queste insigni presenze non sono l’unico motivo di vanto di I’m Normal, My Heart Still Works. L’ensemble napoletano – Gianluca Paladino (chitarra, samples), Pasquale Termini (cello, synth) e Fabrizio Elvetico (piano, basso elettrico) con l’ospite fisso/quarto membro Agostino Mennella (batteria, electronics) – è un vero portento nell’amalgamare elettronica e strumentazione acustica, fondendo il freddo e asettico portato della prima con il caldo fluire della seconda. La miscela che ne esce è letteralmente esplosiva: se di base I’m Normal… è un disco che si nutre di post-(punk)-rock jazzato e avanguardistico, la commistione infrageneri e la stratificazione di suoni trovati e/o modulati unita alle screziature fornite dai vari ospiti ne fa un mix in cui convivono slanci neo-cameristici e deformazioni wave, silenzi anatrofobici e invettive da Pop Group del terzo millennio, aperture etno-jazz, richiami al rock cinematico e citazioni davisiane; il tutto spesso suonato con un incedere angolare e in modalità improvvisativa. E se Discentro e Terminali (Source) si fanno preferire – la prima in virtù di un techno rock vorticoso impreziosito dall’ugola al vetriolo di Mark Stewart; la seconda per il senso (e)statico ed ectoplasmico della composizione – in ogni pezzo dell’album vive un microcosmo di suoni/sensazioni che necessiterebbe di una rece a parte per essere descritto. Insomma, è l’intero album a mantenersi su standard veramente eccellenti, a dimostrazione di una rinascita napoletana (si veda A Spirale, Mesmerico, Asp/Sec) in ambiti out-rock. (7.5/10) Stefano Pifferi - Sentire Ascoltare ------- "I'm Normal, My Heart Still Works", ovvero la musica senza confini. "This song is dedicated to those who dare to be different", recita la voce allucinata di "Discentro", e potrebbe essere il sottotitolo di tutto l'album. Gli Illachime Quartet sono 3 musicisti in grado di suonare qualunque cosa, e con una manciata di illustri collaborazioni producono un lavoro in grado di scuotere anche le orecchie più smaliziate. 6 brani in equilibrio fra jazz, rock e noise, in cui l'unico denominatore comune è la necessità di movimento, di cambiamento, di innovazione. Fraseggi melodici che si inseguono, scompaiono e ritornano in un caos solo apparente, in un trionfo di armonie jazz, archi dissonanti e sinistri rumori campionati. Un disco da ascoltare e riascoltare, per passare dal probabile sgomento iniziale al successivo ed inevitabile amore, per capire finalmente che "there's a method to the madness". Mattia Coluccia - Rockambula --------- Molti bei nomi si ritrovano in questa incisione, un progetto che, come pochi altri, davvero riesce a scavalcare ogni comoda definizione stilistica. Ci trovate Mark Stewart, storica voce di Pop Group, Graham Lewis, bassista dei Wire, Salvatore Bonafede, jazzista che evidentemente non disdegna avventure sonore eterodosse, Rhys Chatam, dall’avanguardia di New York. Strumenti acustici ed elettronica assieme, suoni e rumori ambientali, molta improvvisazione: un caos palpitante ed intelligente, spesso appoggiato su isole oniriche quasi “ambientali” che offre innumerevoli prospettive sonore affiorate nell’ultimo trentennio. E per orecchie molto diverse. Occhio alla ghost track. Gustoso (g.fe.)
Festinese - Il Manifesto
---------- Il tappeto rosso di un noir d’altri tempi, mentre un’altalena cigola in un giardino di alberi che sono telefoni a muro per gettoni che dichiarano l’arrivo. L’attesa. La leggera inquietudine di una sigaretta fumata all’esterno, quando ancora le domande hanno un senso e tutto sembra nuovo e strano. Le tracce di questo ‘I’m Normal, my heart still works’ – a partire dalla prima Terminali (source) - sono la colonna sonora ideale di un film girato da un regista cyborg con occhi ricavati dalla combinazione di sguardi di molti cineasti, con la conseguenza di produrre una visione distorta e strabica. Dalle atmosfere rarefatte ai recital elettronici, il percorso è disegnato sulla carta come una deviazione continua dai grandi spazi dell’attesa ai circuiti di una scheda madre incinta. Tra citazioni e campionamenti che attingono alle fonti più disparate e a svariate epoche, Illàchime Quartet partorisce un disco capace di mettere sul piatto suggestioni senza suggerire una vera e propria direzione all’ascoltatore, che si trova quindi ora proiettato in una sala da ballo subito dopo la festa di carnevale, con gli evidenti segni del delirio nel cristallo e nei coriandoli, ora sbattuto con le spalle contro il bagno di un club dove l’aria e la luce sono merce rara. E’ difficile dire cosa stia succedendo. E’ impossibile, d’altro canto, prevedere cosa le frecce luminose tenteranno di indicare. Ma dopotutto nessuno sembra chiederlo. E quindi, l’unica cosa da fare è prendere una sedia – o se preferite una poltrona con le molle antisismiche – e aspettare di arrivare fino in fondo. E oltre. Basta avere pazienza e – come diceva mia nonna – giudizio… Stravagante e raffinato. Ma sporco e puzzolente.
La Scena - Ruggero Trust
------- Chatham, l’uomo delle 400 chitarre, qui suona l’altro suo strumento, cioè la tromba, apparendo in due pezzi. In “Discentro”, addirittura, lo si trova al fianco di Mark Stewart, leader del fu Pop Group e da anni fortunato solista, che regala la propria voce (filtrata) e un suo testo (un po’ troppo retorico) al trio napoletano: il brano s’impernia su un loop molto tirato e in generale si basa maggiormente sull’elettronica rispetto al resto, ma la band azzecca tutto, perché il ritmo di batteria è semplice, immediato senza essere banale, poi c’è un break con la voce femminile e il violoncello che si rivela essere un diversivo vincente, così come i successivi interventi di Chatham quando la traccia riprende il suo “tema principale” elettronico. Subito dopo “Discentro” è l’ora di Graham Lewis, cioè il bassista dei Wire, che qui presta la voce a “Ballrooms”, traccia con un andamento circolare e ipnotico nel quale perdersi, mentre chitarra, violoncello ed elettronica disegnano dettagli che vanno a produrre ulteriore smarrimento. Forse perché più immediate, queste due sono le tracce che lasciano il segno, con il resto che – lontano dall’essere noioso – presume l’ascolto attento (anche) di chi sa discernere tra vari generi musicali (jazz, elettronica, musica concreta, sperimentalismi di ogni tipo) e la capacità di opporsi a una certa dispersività/difficoltà di fondo. Una segnalazione è d’obbligo, comunque, anche perché tanta è la carne al fuoco e mai come in questi casi un pre-ascolto aiuta più di mille (e parziali) elucubrazioni scritte.
A cura di: Fabrizio Garau [
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