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"Noi appassionati di jazz siamo un po’ tutti uguali. Amiamo l’avanguardia, sappiamo essere intransigenti più di chiunque altro, eppure ci basta una voce venuta dal passato (come la pallida Helen Merill), per farci fremere ed eccitare. Se ci consigliano un giovane saxofonista “che suona proprio come Charlie Parker”, snoccioliamo metafore tipo “apprezzare un discepolo di Parker è un po’ come dire che un giovane artista è interessante perché fa dei collage”. Poi però, senza colpo ferire, andiamo alla mostra “di quell’artista polacco che fa grandi collage” o “di quel disegnatore newyorkese che fa piccoli inchiostri che ricordano le decalcomanie surrealiste di Dominguez”. Amiamo l’intuizione, amiamo la melodia che traspare da un gomitolo di note destrutturate. Amiamo cantare una vecchia canzone di Billie Holiday e poi ascoltiamo del free jazz, come se il grido del sax di Archie Shepp e la folle ossessione di Rosewell Ruddd fossero l’unica ragione per cui è valsa la pena attraversare l’ultimo quarto di secolo. La nostra coerenza sta nel sottile legame che unisce le nostre incoerenze. Siamo, insomma, esattamente come il jazz."
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